L’eclissi del referente: abitare lo spazio latente

Nei giorni scorsi, il silenzio di un pomeriggio dedicato a letture fotografiche è stato interrotto da una vibrazione appena udibile. La notifica sul telefono recitava il nome di Boris Eldagsen. Non è un nome nuovo per chi legge queste pagine: era il lontano marzo del 2023 quando lo intervistai¹ per Discorsi Fotografici, in quei giorni convulsi in cui il suo rifiuto del Sony World Photography Award apriva una aspro dibattito nel sistema dell’arte contemporanea.

Quel dialogo non fu solo una semplice intervista, ma l’inizio di uno scambio amichevole che abbiamo alimentato nel tempo, ponendo in relazione la prassi fotografica con la propria crisi identitaria. Nella sua mail Boris mi segnalava caldamente un articolo², al quale era stato invitato a partecipare, e mi ammoniva a non distogliere l’attenzione da un confronto che sta trovando una nuova e intensa sintesi teorica nel testo appena pubblicato da Mimesis: Immagini latenti. La fotografia in transizione di Joan Fontcuberta³.

©Boris Eldagsen – PSEUDOMNESIA/The Electrician

Dall’analisi dell’opera del maestro catalano emerge con evidenza come la transizione in esame non costituisca un puro adeguamento di carattere tecnologico, bensì rappresenti una riconfigurazione dei paradigmi epistemologici di portata radicale. Il concetto di “latente” si sta trasferendo dalla chimica della camera oscura all’astrazione algoritmica dello spazio matematico, portando con sé interrogativi che compromettono la nostra stessa capacità di definire il reale.

Questa transizione trova un aggancio necessario nell’opera di Miles Astray, il cui sabotaggio ai 1839 Awards⁴  del 2024 agisce da cartina tornasole per la nostra attuale cecità. Candidando una fotografia reale di un fenicottero che ripiega il collo, a una categoria dedicata all’intelligenza artificiale, Astray non ha solo ingannato una giuria ma ha messo a nudo un paradosso ontologico. La sua vittoria, seguita dall’inevitabile squalifica, dimostra che la realtà possiede ancora una sorta di impronta che l’algoritmo può solo imitare con ossessiva precisione. Ma il punto sollevato da Astray è più sottile: se il reale deve oggi mimetizzarsi da sintetico per essere riconosciuto come eccezionale, significa che il nostro sguardo è già stato colonizzato dal calcolo probabilistico. È la conferma di quanto sostenuto da Grespi e Villa ne Il postfotografico⁵: la fotografia ha reciso il legame con la sua origine indessicale. Non è più la traccia di un evento, ma un linguaggio che ha permutato la testimonianza con la simulazione, diventando un oggetto estetico che non deve più rendere conto a ciò che sta davanti all’obiettivo.

Joan Fontcuberta – Immagini latenti –
La fotografia in transizione – Ed. Mimesis

In questa frattura tra azione e risultato si inserisce il manifesto ideologico di Boris Eldagsen. Nel nostro continuo dialogo, Boris ha ribadito la necessità tassonomica di chiamare le cose con il loro nome: Promptography. Per Eldagsen, l’ostinazione nel voler includere l’immagine generativa sotto la categoria della fotografia è un errore che genera un pericoloso caos semantico. Se il fotografo interroga il mondo ponendosi fisicamente di fronte ad esso, il promptografo interroga l’archivio agendo al suo interno. Non una critica alla tecnologia, ma alla perdita di dignità della storia della fotografia. Questa considerazione trova un’eco significativa anche in ambito etico e teologico: non a caso, nella nostra intervista podcast⁶, Padre Paolo Benanti ha infatti proposto il termine “sintografia” per circoscrivere questo nuovo fenomeno, sottolineando come l’immagine generativa sia la visualizzazione di un inconscio collettivo depositato nel web, dati che non hanno nulla a che vedere con la scrittura della luce. 

Questa visione viaggia parallela alla proposta radicale di Andrew Dewdney in Dimenticare la fotografia⁷. Dewdney suggerisce che l’insistenza nostalgica sul termine “fotografia” sia l’ostacolo principale alla comprensione della cultura visuale contemporanea. Dobbiamo trovare il coraggio di dimenticare la fotografia per poter vedere finalmente la rete e la computazione per ciò che sono: non strumenti di riproduzione, ma motori di generazione autonoma che non necessitano del referente fisico per produrre senso.

©Miles Astray, F L A M I N G O N E, 2024

Dove Eldagsen vede una precisa distinzione, Gregory Chatonsky individua una fusione metafisica che porta le tesi di Fontcuberta verso territori ancora più estremi. Per Chatonsky, l’intelligenza artificiale non crea nulla; essa evoca. Lo “spazio latente” descritto da Fontcuberta è per Chatonsky un Iper-archivio⁸ dove ogni immagine possibile esiste già in uno stato di potenzialità matematica. Non siamo più creatori di visioni, ma archeologi di un futuro già scritto nel codice. 

In questa prospettiva, l’atto di Astray appare come l’ultimo sussulto di un umanesimo ottico che non accetta di essere diventato un sottoinsieme della simulazione. Se per Chatonsky la realtà stessa è ormai un’emanazione del calcolo, allora l’immagine latente non è più ciò che aspetta di essere rivelato, ma ciò che pre-esiste alla nostra stessa intenzione di guardare. Il fotografo della transizione diventa così un “curatore del possibile”, che si muove nel rumore statistico per estrarre frammenti di senso da un archivio che ci sovrasta.

Ma questo archivio non è uno spazio neutro. Come ci ammoniscono Sara Benaglia e Mauro Zanchi in Le immagini infestate⁹ e Le insidie delle immagini¹⁰, il visibile contemporaneo è popolato da spettri algoritmici. Le immagini che consumiamo sono infestate da strutture di potere invisibili, da pregiudizi incorporati nei dataset e da un’automazione dello sguardo che agisce su di noi in modo nascosto e subdolo. L’immagine latente di Fontcuberta, riletta attraverso Benaglia e Zanchi, diventa un’immagine insidiosa: essa non mostra, ma agisce, trasformando l’osservatore in un soggetto passivo di flussi informativi. 

L’estetica post-fotografica non è dunque una conquista, ma un campo di battaglia dove l’identità umana è costantemente messa in discussione dalla capacità della macchina di produrre un vero più seducente del reale stesso.

Dove siamo arrivati e cosa dobbiamo aspettarci nel prossimo futuro? La fotografia non sta morendo, ma sta subendo una metamorfosi che ne dissolve il corpo fisico per trasformarla in una entità ubiqua e liquida. Se Astray difende la materia e Eldagsen ci impone un rigore terminologico, le riflessioni di Dewdney, Benaglia e Zanchi ci spingono a un atto di coraggio intellettuale definito: accettare che l’immagine non sia più una certificazione di realtà, ma un laboratorio del dubbio. Il libro di Fontcuberta non è un necrologio, ma una mappa per orientarsi in questa terra di nessuno dove la luce è stata sostituita dal calcolo. 

Forse, come suggeriva quella mail di Boris arrivata a sorpresa, non dobbiamo aver paura della fine della fotografia, ma della nostra incapacità di vedere i fantasmi che abitano il nuovo spazio latente. La sfida che ci attende non è più quella di produrre nuove immagini, ma di imparare a sopravvivere alla loro proliferazione autonoma, cercando di restare, in qualche modo, ancora umani tra le increspature degli algoritmi.

Mirko Bonfanti

  1. https://magazine.discorsifotografici.it/lintelligenza-artificiale-non-e-fotografia-intervista-a-boris-eldagsen;
  2. https://petapixel.com/2026/04/12/a-necessary-critique-of-fontcubertas-algorithmic-photography;
  3. https://www.mimesisedizioni.it/libro/9791222326344;
  4. https://www.milesastray.com/news/newsflash-reclaiming-the-brain?srsltid=AfmBOorbM1hhNk08oiQO8a-WrGXF5Os3IXG3bOgbepKbd0tLrC3XRqQ-
  5. https://magazine.discorsifotografici.it/il-postfotografico-un-saggio-a-cura-di-barbara-grespi-e-federica-villa/
  6. https://podcast.discorsifotografici.it/fotografia-etica-ed-ia-padre-paolo-benanti
  7. http://www.postmediabooks.it/2023/350Dewdney/9788874903504.htm
  8. https://chatonsky.net/fontcuberta
  9. https://www.mimesisedizioni.it/libro/9791222324692
  10. http://www.postmediabooks.it/2022/341insidie/9788874903412.htm

Immagine di copertina generata con AI ©Mirko_Bonfanti